Roberta Di Pascasio

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Toni Morrison. La scrittura come battaglia

Posted on 27 Dicembre 202514 Febbraio 2026 by Roberta Di Pascasio

“Sono cresciuta tra persone che raccontavano storie, ero abituata ad ascoltarle. Anche noi venivamo chiamati a fare la nostra parte, dovevamo interpretarle, modellarle, recitarle. Spesso erano storie terribili di fantasmi, in una combinazione di realtà e magia. In queste storie c’è un ritmo, un silenzio, uno spazio, il riposo”.

Toni Morrison, il cui vero nome era Chloe Ardelia (o Anthony, le fonti sono discordanti) Wofford, è stata la prima scrittrice afroamericana a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1993 con il romanzo “Amatissima” che pochi anni prima aveva ottenuto anche il Premio Pulitzer. Nata negli anni ’30 nell’America del segregazionismo e della discriminazione, discendente da schiavi, parte di una minoranza povera ed emarginata, trasforma questa esperienza in una riflessione universale sul potere e la disuguaglianza, sul maschilismo e la memoria, sul valore delle donne e l’importanza della comunità, sulla oppressione e le ingiustizie subite dal suo popolo; la cultura afroamericana è nata nella violenza e nella prevaricazione, è una cultura ferita, inseguita da fantasmi e crisi d’identità, formata da secoli di schiavitù e milioni di vittime. È di questo che parlano i suoi libri, in cui la realtà è mescolata a riferimenti folklorici o situazioni surreali: con forza visionaria e spessore poetico, usa la scrittura come strumento di lotta e di denuncia per raddrizzare la storia, per fare in modo che abbia un senso, per ricordare com’era vivere in un paese totalmente disumanizzato.

Al centro di “Amatissima” troviamo Sethe, una schiava che cerca di fuggire ma il padrone riesce a catturarla e lei, per evitare che la figlioletta subisca lo stesso destino crudele, la uccide. Potevano prendere lei, ma non la sua parte migliore, pulita, magica: sua figlia. L’ispirazione a scrivere questo romanzo le venne da un fatto di cronaca: una schiava, fallita la fuga verso la libertà, tentò di uccidere i suoi quattro figli – ne morì uno soltanto – per liberarli dall’orrore della schiavitù e subì un processo che mise in moto un dibattito feroce tra abolizionisti e schiavisti. Questi ultimi si rifiutavano di condannarla per omicidio, perché uccidere significa essere responsabile delle proprie azioni e responsabile dei propri figli tanto da decidere di ammazzarli; l’accusa era invece di furto, perché la schiava aveva rubato se stessa e i suoi figli al padrone. La schiava è un bene o una persona? Una proprietà o un essere umano?

“I bianchi credevano che, qualunque fosse la loro educazione, sotto ogni pelle scura si nascondesse una giungla. Acque vorticose non navigabili, babbuini che si dondolavano gridando, serpenti addormentati, gengive rosse pronte a succhiare il loro sangue dolce di bianchi. In un certo senso, pensò, avevano ragione. Più la gente di colore si sforzava di convincerli di quanto fossero gentili, intelligenti e affettuosi, umani, più si usavano a pretesto per persuadere i bianchi di qualcosa che i negri credevano fosse fuori discussione, e più la giungla dentro si faceva fitta e intricata. Ma non era la giungla che i negri avevano portato con sé in quel posto dall’altro posto (vivibile). Era la giungla che i bianchi avevano piantato loro dentro. E cresceva. E si allargava, si allargava prima, durante e dopo la vita, fino a coinvolgere i bianchi stessi che l’avevano creata. Li rendeva crudeli, stupidi, più di quanto non volessero esserlo, tanto erano spaventati da quella giungla di loro creazione. I babbuini urlanti vivevano sotto la loro pelle bianca, le gengive rosse erano le loro.”

Come scrittrice ha raccontato la storia della sua gente e come editor per la casa editrice Random House di New York, una collaborazione lunga vent’anni, ha aiutato molti autori afroamericani a pubblicare i loro racconti. Al tempo stesso ha continuato a lavorare in varie università, fino a ottenere la cattedra nella prestigiosa Università di Princeton, dove ha insegnato scrittura creativa.

La sua vita, i suoi libri, la sua voce: tutto in Toni Morrison ha contribuito alla lotta per i diritti civili, ha promosso una nuova prospettiva sulla società e sulla storia, ha offerto dignità e rispetto al suo popolo e in particolare alle donne. Ricordare per lei era un dovere, scavare e portare alla luce come un’archeologa; la memoria è il fulcro della lotta per la giustizia perché “se uccidi gli antenati, sei morto anche tu”.

Goliarda Sapienza. La disobbediente

Posted on 2 Settembre 20252 Settembre 2025 by Roberta Di Pascasio

Mi appassiona da sempre la vita di autori e artisti che sono morti da sconosciuti dopo aver tentato invano di farsi apprezzare o pubblicare, il cui bagaglio di sofferenze è la radice di capolavori che vengono scoperti e amati soltanto postumi – come un regalo beffardo del destino –, che pagano a caro prezzo la coerenza, la libertà, l’innovazione, che preferiscono spezzarsi che piegarsi a ideali o mode in cui non si riconoscono. Certe vite toccano nel profondo, mi commuovono persino.

Nel 1976, dopo quasi dieci anni di lavoro, Goliarda Sapienza – una scrittrice praticamente sconosciuta – porta a termine “L’arte della gioia”, un romanzo di 800 pagine unico, rivoluzionario, intriso di scandalo, in cui racconta la saga lunga quasi un secolo di Modesta, la sua eroina assetata di libertà che trasgredisce ogni legge per realizzare i suoi desideri e il suo ideale di grandezza femminile. Ma l’opera viene rifiutata da tutti gli editori italiani che la giudicano impubblicabile e Goliarda muore d’infarto venti anni dopo senza riuscire a vederla stampata.

Era nata nel 1924 a Catania in una famiglia di formazione anarchico rivoluzionaria: il padre Giuseppe Sapienza era un avvocato socialista e la madre Maria Giudice una figura di spicco, sindacalista al centro delle grandi lotte dei primi del ‘900. Dalla madre prende lo spirito della ribellione, dal padre la libertà da ogni vincolo sociale: è lui a impedirle di frequentare la scuola per non farla diventare una cretina ammaestrata; a casa riceveva un’educazione alternativa dai fratelli colti, mitteleuropei, rigorosi, atei. Arrivata a Roma poco più che adolescente, frequenta l’Accademia nazionale d’arte drammatica, fa esperienze d’attrice in teatro e al cinema con Luchino Visconti e soprattutto con Citto, il regista Francesco Maselli, che sarà il suo compagno per quasi vent’anni. Ma alla fine abbandona quel mondo e sceglie la scrittura, preferisce la parola alla macchina da presa. Fondamentale è l’incontro nel 1975 con Angelo Pellegrino di ventitré anni più giovane: sarà marito, compagno, alleato, fedele e convinto sostenitore del valore della sua opera; Goliarda finisce di scrivere “L’arte della gioia” a Gaeta, nella casa di lui, piccola, invasa da carte e posaceneri colmi di mozziconi di sigarette, ma con una terrazza affacciata sul mare. “Scendeva sulla spiaggia, apriva il suo lettino e vi si sedeva in punta, proprio sul bordo. Non si sdraiava mai. Guardava il mare e fumava Muratti Ambassador. Per minuti e minuti fissava un punto lontano, poi, all’improvviso, estraeva i fogli dalla sua borsa e iniziava a scrivere”.

Tutte scelte, letterarie e di vita, che paga a caro prezzo perché portano con sé isolamento, lunghe depressioni, difficoltà economiche, poi delusioni affettive, professionali, letterarie; per furto finirà anche in carcere un paio di mesi, un’esperienza ricordata da lei quasi con riconoscenza perché in un certo modo la libera di quell’imborghesimento che l’aveva allontanata dalla vita vera, di un lavoro troppo intellettuale che recide e fa sparire le mani, come disse in un’intervista; infine gli ultimi anni sono dominati dall’ansia crescente nel vedere l’accumularsi di lettere di rifiuto al suo romanzo, a questa sua “bambina nata morta che però deve vivere a tutti i costi”.

Modesta, la protagonista, nasce in una famiglia povera da cui non smette per tutta la vita di volersi emancipare per diventare una donna libera e realizzata, un percorso costellato di ribellione, piacere sessuale, omicidi, amore per donne e uomini, potere, spregiudicatezza. Dopo lo stupro subìto da ragazzina da parte di un uomo che afferma di essere suo padre, dà fuoco alla baracca lasciando morire la madre e la sorella: fin dalle prime pagine la penna di Goliarda non è leggera e continua così quando Modesta va in convento e infine quando si trasferisce nella villa della principessa Brandiforti fino a prenderne il controllo, come “un buon vecchio monarca”. La libertà sopra ogni cosa. Goliarda rifiuta del tutto le norme dell’epoca e le aspettative degli editori, il suo risulta un libro sconcertante, scandaloso, in cui Modesta va avanti nella sua battaglia di realizzazione senza sensi di colpa, senza tentennamenti, sfidando ogni convenzione, “volendo forgiare un destino non in senso neo liberare, io contro tutti, ma anche volendo generare una trasformazione nel mondo”. Come romanzo non obbedisce ad alcuna regola, a volte è barocco, a volte è scarno, una libertà stilistica coerente con la libertà della protagonista; un romanzo anarchico che si ribella a ogni forma di autorità morale, a ogni tentativo di imporre una lezione, di fornire una linea di condotta. Ma l’Italia degli anni ‘70 e ‘80 è un paese tormentato – sono gli anni di piombo – e un pensiero sovversivo e per giunta di una donna non può essere accettato. Eppure è la stessa epoca di “Lolita” di Nabokov, dunque possiamo pensare che più che la trama o le scene eccessive – in cui c’è un elemento narrativo di cui tener conto, le azioni di Modesta hanno un senso simbolico, necessario sul piano drammaturgico – è il pensiero controcorrente di una donna a rappresentare il problema e il fatto che una donna possa sottolineare con sprezzo delle regole e audacia quanto la società sia prigioniera di stereotipi.

L’editore Stampa Alternativa ne pubblica una piccola parte nel ‘94 ma, dopo la morte di Goliarda, il marito decide di stamparne un migliaio di copie a sue spese; il libro poco dopo arriva in Germania e poi in Francia ed è qui che avviene il miracolo inseguito per trent’anni: pubblicato nel 2005, diventa nel giro di una manciata di mesi un fenomeno letterario e quando Angelo Pellegrino passa davanti alle vetrine delle librerie francesi in cui è in bella mostra, letto amato consigliato, si commuove fino alle lacrime. In pochi anni viene riconosciuto come un grande classico contemporaneo (in Italia viene pubblicato solo nel 2008 da Einaudi): più che un semplice libro è un’esperienza di lettura, un romanzo di formazione e di trasformazione, l’avventura libera, contestatrice e strabordante di una donna che prima non esisteva in letteratura, una storia di oggi scritta nei primi anni ’70.

“Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione”.

(interviste e testimonianze nel documentario “L’arte della gioia”, Sky)

Elsa Morante la prodigiosa

Posted on 26 Maggio 2025 by Roberta Di Pascasio

Ancora oggi la donna nella letteratura è relegata a un ruolo secondario. È evidente nei premi, negli articoli, nei convegni, nelle presenze ridotte al minimo nelle antologie e nei testi di scuola. Anche non dare visibilità è una forma di discriminazione.

La scrittrice francese Simone de Beauvoir, considerata un’antesignana del femminismo, ha lottato contro la società patriarcale e contro un potere che secondo lei è sempre appartenuto agli uomini. Tanto è stato fatto da allora, ma non abbastanza. Il pensiero delle donne ha poco spazio nei media; l’industria culturale, come tanti altri contesti, riflette una società ancora maschilista che propone e perpetua stereotipi di genere. Negli ultimi anni molte scrittrici hanno sollevato e alimentato un dibattito sul prestigio letterario e l’esclusione delle donne dai luoghi in cui questo prestigio si realizza: i festival e i premi. Parlarne è importante, sebbene non basti.

Il Novecento è il secolo più emblematico per comprendere il problema dell’esclusione femminile dalle alte sfere della letteratura. Nel 1926 la scrittrice sarda Grazia Deledda è la prima donna italiana (e finora l’unica) a vincere il premio Nobel per la Letteratura. Eppure oggi il suo nome compare appena nelle antologie e le sue opere vengono nominate raramente, figuriamoci lette. E questo non avviene solo in ambito letterario: per lungo tempo la Archibugi è stata l’unica regista donna ad aver vinto un David di Donatello, solo quest’anno le cose sembrano cambiate. Se consideriamo il premio Strega, in ben 78 edizioni (anno 2024) solo 13 donne lo hanno vinto, e tra queste la prima è stata Elsa Morante con il suo magnifico “L’Isola di Arturo”, nel 1957; l’amico scrittore Raffaele La Capria, bonario e paternalista, disse che era un libro pieno di forza e di immaginazione, pareva impossibile che fosse scritto da una donna.

Dedichiamo questo articolo a lei, una delle scrittrici più potenti e significative del ‘900, libera da correnti letterarie, estranea a tradizioni e modelli affermati. Unica e maestosa, sfolgorante ed enigmatica.

Ha solo dieci anni quando scopre che il suo vero padre non è Augusto Morante ma Francesco Lo Monaco, un amico di famiglia che frequenta assiduamente la loro casa. È una verità dolorosa, una ferita non rimarginabile. Finito il liceo lascia la famiglia andando a vivere in camere ammobiliate, sostentandosi con lavoretti d’occasione e collaborazioni giornalistiche. Scrive in una stanza, da sola, con una penna e in compagnia dei suoi gatti e racconta solitudini, nevrosi, lotte dell’anima, la sua immaginazione è un fuoco che non si placa. Aveva iniziato da bambina a comporre fiabe, poesie, storie e continuerà per tutta la vita, una vita inquieta in cui forse l’unica salvezza è ricercata proprio nella scrittura, che è un voto per lei, un sacrificio, una ricerca delle origini, di una tana protetta. Sposa Alberto Moravia, frequenta artisti e intellettuali come Saba e Pasolini, viaggia molto. Ma gli ultimi anni sono difficili, la vecchiaia è un uragano che spazza via tutto, lei ha orrore del disfacimento fisico, attraversa momenti di sconforto e depressione, periodi di difficoltà nella scrittura, un femore fratturato in seguito a una caduta la obbliga a letto impedendole una vita libera e autosufficiente, arriverà a tentare il suicidio.

Inventare è ricordare, disse una volta. Tutti i suoi romanzi raccontano una storia di dolore, vi troviamo sempre volti di madri, scomparse tradite cercate rimpiante. In “Menzogna e sortilegio” la protagonista resta sola dopo la morte della madre adottiva, “L’isola di Arturo” ha al centro un ragazzino orfano di madre, morta dandolo alla luce, che cresce in solitudine con un padre assente e fuggevole, ne “La storia” ci sono una donna violentata e un figlio senza padre, in “Aracoeli” un quarantenne fallito e omosessuale infelice parte alla ricerca del fantasma della madre morta, una ragazza andalusa, ricordo felice e insieme prigione, il viaggio come desiderio disperato di recuperare un paradiso perduto. Una storia diversa dalle precedenti, disperata, colma di sofferenza. Nel 1983, a pochi mesi dalla pubblicazione, tenta il suicidio. Non scriverà più e morirà due anni dopo per un infarto.

Proprio in “Aracoeli” troviamo le parole che tradiscono la fatica e il dolore di vivere: “Ogni creatura, sulla terra, si offre. Patetica, ingenua, si offre: sono nato! eccomi qua, con questa faccia, questo corpo e quest’odore. Vi piaccio? Mi volete? Da Napoleone, a Lenin e a Stalin, all’ultima battona, al bambino mongoloide, a Greta Garbo e a Picasso e al cane randagio, questa in realtà è l’unica perpetua domanda di ogni vivente agli altri viventi. Vi piaccio? Mi volete?”

Il ‘pericolo’ dei libri. Censure e immoralità

Posted on 15 Marzo 202515 Marzo 2025 by Roberta Di Pascasio

I libri hanno un potere straordinario.

Aprono la mente, favoriscono l’immaginazione, rendono liberi e consapevoli, ci immergono in altre realtà che diventano vere e credibili, insegnano a vivere. Siamo talmente immersi nelle storie da essere diventati quasi assuefatti al loro potere magico, eppure basta iniziare a leggere un libro per capirne gli effetti: veniamo completamente risucchiati, la nostra mente non riesce a opporre resistenza alla forza di gravità esercitata dal racconto. Un potere definito da Tolstoj “il contagio dell’arte”: i libri influenzano i nostri comportamenti, consentono di scegliere e di ragionare, di riflettere e di decidere. Per questo motivo alcuni sono stati ritenuti pericolosi e dunque censurati, proibiti, bruciati: pensiamo alla santa inquisizione romana, alla rivoluzione francese, alla Germania nazista che nel 1933 bruciava i libri di autori considerati capaci di corrompere il pensiero o offendere la morale.

Particolarmente significativi due romanzi che riflettono su tale contagio. Nel 1953 Ray Bradbury scrive un romanzo dal titolo “Fahrenheit 451”, che è la temperatura a cui la carta brucia. L’autore immagina un futuro in cui leggere libri è reato, così viene istituito uno speciale corpo dei vigili del fuoco che, invece di spegnere le fiamme, le attizza per bruciare tutti i libri possibili. Solo la televisione è ammessa come strumento di istruzione ed educazione delle masse. Il protagonista è un vigile del fuoco, Guy Montag, ligio al dovere fino al giorno in cui, violando le regole, legge un breve trafiletto di un libro che dovrebbe distruggere. Da quel momento inizia a leggere di nascosto, a salvare qualche testo; conosce una ragazza vicina di casa la cui famiglia non guarda la tv ma parla, condivide, racconta. Il romanzo di Bradbury è una denuncia contro la censura e il dominio del pensiero, un romanzo sull’indipendenza e la necessità di pensare con la propria testa, sull’importanza di conservare i libri e le voci di dissenso che si sollevano dalle pagine scritte, sull’importanza dei ribelli che salvano la memoria letteraria dell’umanità.

Pochi anni prima era uscito “1984” di George Orwell che racconta un mondo governato dal Grande Fratello che tutto vede attraverso le telecamere e tutti controlla con il braccio armato della psicopolizia, un mondo capovolto in cui la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. È impossibile pensare, amare, divertirsi, si può solo sopravvivere secondo i dettami del governo. Un romanzo in cui convergono le grandi paure dello scrittore: il totalitarismo, il controllo sui cittadini con la manipolazione dei media, la perdita di memoria storica, l’annullamento dell’identità individuale.

Il pericolo insito nelle storie ha fatto sì che alcuni romanzi e i loro autori venissero condannati per oltraggio, perché offensivi o corruttori della morale. Pensiamo a “Madame Bovary” di Gustave Flaubert. Emma Bovary, annoiata dalla vita di provincia, trascorre le giornate leggendo romanzi popolari dove le eroine vivono avventure che la colmano di irrequietezza e malinconia, la fanno sognare e struggere: dame perseguitate, foreste e castelli, giuramenti, bei cavalieri, ardore, addii strazianti, singhiozzi. Sognando così una vita romantica e piena di passione e libertà, cederà all’adulterio. Quando fu pubblicato il romanzo fu accusato di oscenità, ma venne assolto ed ebbe un tale successo che fu coniato il termine bovarismo a indicare quella diffusa infelicità, quel disadattamento alla realtà che i libri erano capaci di provocare. Tanto che tra i diritti del lettore di cui parla Pennac, oltre a quello di saltare le pagine, di non finire un libro o di rileggerlo, c’è il diritto al bovarismo.

Pensiamo a Baudelaire: sta con i mendicanti, i clochard, gli zingari, il suo primo amore è una prostituta ebrea e le sue poesie “I fiori del male” gli causano un processo di oltraggio al pudore. Anche “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde fu accolto con scandalo e furiose polemiche perché racconta la storia del bellissimo Dorian che riesce a conservare intatte gioventù e bellezza, nonostante le dissolutezze a cui si abbandona: è infatti un suo ritratto nascosto a invecchiare al suo posto. Baudelaire, Flaubert, Wilde: tutti e tre appartenenti a famiglie borghesi, famiglie perbeniste di cui saranno i più tenaci traditori, anime sovversive, spiriti ribelli.

Spesso l’arte ha avuto bisogno di coraggio, di ribellione, di tenacia per poter sopravvivere. I libri sono strumenti di libertà e consapevolezza, di ricchezza e profondità; sono un antidoto alla solitudine perché ci fanno sentire parte di un mondo dove i sentimenti, i timori e i bisogni sono universali, attraverso la letteratura non ci sentiremo mai soli o diversi, esclusi o isolati. Le storie come uno scudo con cui ci difendiamo dai colpi della vita.

L’Abruzzo di Flaiano, Pomilio, Silone

Posted on 13 Dicembre 202413 Dicembre 2024 by Roberta Di Pascasio

Siamo le nostre radici e la nostra storia. Un terreno comune e una memoria collettiva che non dobbiamo dimenticare. Ieri come oggi l’Abruzzo vive nei romanzi, nelle storie e nelle opere d’arte di artisti che hanno dato prestigio alla nostra terra e offerto un contributo fondamentale alla cultura in Italia; l’Abruzzo inteso come terra e insieme sentimento, una realtà geografica storica e culturale e al tempo stesso uno stato mentale ed emotivo.

Alcuni scrittori, differenti tra loro, sono accumunati dall’aver lasciato la terra natia trovando successo e vita altrove, mantenendo però intatto il ricordo dell’Abruzzo, un bagaglio prezioso che spesso rivive nei loro scritti. Molti sono legati da questo doppio filo: nostalgia e spirito libero, personalità spiccata e insieme amore per le origini. Mario Pomilio, Ennio Flaiano, Ignazio Silone: tutti e tre, per motivi diversi, hanno lasciato la loro terra conservando un ricordo vivo, nostalgico e intenso delle proprie radici.

Mario Pomilio era un uomo garbato, inquieto, una grande anima abruzzese, sensibile e cordiale. Un intellettuale che sfugge a facili definizioni e che racchiude nelle sue opere la complessità, le contraddizioni e le inquietudini del Novecento. È nato a Orsogna, poi si è trasferito ad Avezzano, ha viaggiato e studiato sia in Italia che all’estero e gran parte della vita l’ha vissuta a Napoli come insegnante di letteratura. Geograficamente si è sempre sentito uno sradicato, eppure l’Abruzzo è stato parte integrante della sua storia personale: “Ho pensato al Fucino come a una specie di scuola, per quel che mi ha insegnato, per come mi ha rovesciato problematiche e prospettive: una scuola nel senso del sociale, ma anche nel senso dell’umiltà. Vi ho appreso un linguaggio, vi ho capito sentimenti, ho potuto spogliarmi di almeno una parte della mia crosta di giovane intellettuale”.

Ennio Flaiano, sceneggiatore, giornalista, scrittore, umorista, drammaturgo, vincitore nel 1947 del primo Premio Strega con il romanzo “Tempo di uccidere”, si è sempre sentito nel profondo un abruzzese, orgoglioso di radici che gli scorrevano nel sangue. Era nato a Pescara, a poche decine di metri dalla casa di Gabriele D’Annunzio, ma a diciotto anni si trovava già a Roma, emigrante intellettuale senza neanche la speranza di poter tornare indietro. Famose e intense le parole che scrisse in una lettera all’amico Scarpitti: “Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto la tolleranza, la pietà cristiana, la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola, un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: da qui il disordine quotidiano, l’indecisione. Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine…”

Nostalgia della propria terra e libertà di pensiero li ritroviamo anche nell’altro grande abruzzese, Ignazio Silone, che rimase fedele per tutta la vita ai luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, la Marsica il Fucino l’Abruzzo, nonostante avesse dovuto abbandonarli appena ragazzo, colpito da lutti familiari e privato della casa e dei beni materiali a causa del violento terremoto del 1915. “Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui”. Le sue opere raccontano e denunciano l’immobilismo della civiltà meridionale, l’abbandono delle classi povere da parte dello Stato e l’oppressione dei padroni sui poveri contadini, chiamati con disprezzo “cafoni” perché quando indossavano i pantaloni, non potendosi permettere una cinta, erano costretti a usare una fune (“ca fune”).

Ha perseguito tutta la vita i valori di giustizia, onestà, verità, rispetto per tutti, specialmente per i deboli; è sempre rimasto un difensore della libertà e un credente nella liberazione della povera gente dalla miseria e dalle vessazioni dei potenti. Intendeva la scrittura come lotta e la libertà come possibilità di dubitare, sbagliare, sperimentare, dire no a qualsiasi autorità, artistica filosofica religiosa e anche politica. Si sentiva profondamente abruzzese, riconoscendo nel suo carattere la storia oscura e penosa di un ambiente naturale quanto mai aspro, tra i più tormentati dal clima, dalle alluvioni, dai terremoti. Diceva che il carattere degli abruzzesi è portato a resistere al dolore, alla delusione, alla disgrazia, ad accettare la croce come elemento inscindibile della condizione umana. “Mi piacerebbe di esser sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino, in lontananza”.

Insomma, abruzzesi nel cuore e universali nelle opere, narratori della loro epoca eppure eterni nelle storie e nel valore dato alla cultura di un intero paese. Ed è questo il senso della grande Letteratura.

Irène Némirovsky l’incompiuta

Posted on 27 Agosto 2024 by Roberta Di Pascasio

Mi colpisce da sempre la vita di autori e artisti morti molto giovani o avanti con l’età senza avere la minima idea di cosa sarebbero diventate le loro opere, di cosa avrebbero rappresentato, del successo che avrebbero avuto. Penso a Kafka, a Emily Dickinson, che passò più della metà della sua vita chiusa in casa a scrivere poesie e racconti riuscendo a pubblicarne meno di una decina, a Sylvia Plath che morì suicida, a John Williams il cui romanzo “Stone”, l’antieroe in cui tutti possono riconoscersi, è diventato un libro di culto solo dopo la sua morte; penso a Van Gogh che vendette un solo quadro mentre era in vita, a Modigliani che morì in povertà, e penso a Irène Némirovsky.

Nasce a Kiev nel 1903 da una famiglia di ricchi banchieri di origini ebraiche, che lasciano la Russia rivoluzionaria dei bolscevichi (la famiglia era vicina allo zar e dovette fuggire) e si stabiliscono in Francia. È qui che la Némirovsky trascorre un’infanzia dorata e infelice con una madre anaffettiva e severa, verso la quale proverà sempre un sentimento d’amore e di odio, e con un padre spesso assente, impegnato ad accumulare affari e guadagni.

Irène cresce con una bambinaia francese, alla quale è legatissima, mentre con la madre il rapporto è distante e freddo. Nonostante l’infanzia solitaria (o proprio grazie ad essa), Irène si dedica alla lettura e alla scrittura fin da giovanissima, studia lettere alla Sorbona e conosce sette lingue tra cui il russo, il francese, l’inglese e l’yiddish; scrive con metodo, febbrilmente, e riempie quaderni su quaderni con la sua calligrafia minuscola. Un giorno manda in forma anonima un suo scritto, il David Golder, all’editore Grasset che lo legge in una notte e la mattina seguente pubblica un annuncio su un quotidiano in cui cerca l’autore dello straordinario romanzo, una storia dura, acuta e asciutta: sicuramente – afferma Grasset – è un uomo il misterioso scrittore. L’editore (lo stesso che si accorse di Proust stampando il primo dei sette libri della Ricerca) pubblica il romanzo di Irène ed è subito un successo, diventa in pochi giorni argomento da salotto e la critica ne è entusiasta, si grida al capolavoro nonostante l’incredulità per una crudezza che fino ad allora era ritenuta possibile soltanto a un uomo, ed è tale la sorpresa che in molti si chiedono come abbia potuto una donna scrivere un libro del genere, senza sentimentalismi, così aspro, sconsigliato persino alle fanciulle perché non ritenuto adatto alla loro sensibilità. Un libro che gronda odio, soprattutto verso il denaro e tutto ciò che può essere trasformato in denaro, oggetti e sentimenti, e verso tutte le forme in cui il denaro si declina: pensiero, potere, violenza, furore.

Ma allora cos’è che ti conforta? “La certezza della mia libertà interiore” fa dire a un suo personaggio, “questo bene prezioso, inalterabile, e che dipende sola da me perdere o conservare. La convinzione che le passioni spinte al parossismo come capita come capita ora finiscono poi per placarsi. Che tutto ciò che ha un inizio avrà una fine. In poche parole, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non andarsene prima di loro, ecco tutto. Perciò, prima di tutto vivere. Giorno per giorno. Resistere, attendere, sperare“.

Ma le cose andarono diversamente. Nel 1935 il governo francese rifiuta la sua richiesta di cittadinanza; con l’inasprirsi delle leggi razziali, nel 1939 la scrittrice si fa battezzare cattolica a Parigi, ma l’anno seguente le viene proibito di pubblicare e d’altro canto nessun editore lo farebbe considerando che è ebrea e per di più straniera. Si trasferisce in campagna con la famiglia e lavora a Suite Francese, ma nel 1942 viene arrestata, deportata e dopo solo un mese muore a 39 anni, ufficialmente per un’influenza, sebbene in tanti si fossero impegnati per liberarla; anche il marito sarà arrestato e morirà ad Auschwitz. Per le figlie segue un periodo di rifugi di fortuna, di fughe, di documenti falsi e di un’inseparabile valigia piena di quaderni. Suite francese rimane in un cassetto finché Denise Epstein decide di batterlo a macchina: incompiuto, viene pubblicato postumo solo nel 2004 in Francia e l’anno seguente in Italia.

Possiamo distinguere due principali linee tematiche nella sua opera, la “paterna” e la “materna”: la linea paterna, a cui fanno riferimento romanzi come David Golder, I cani e i lupi e Una pedina sulla scacchiera, racconta il denaro, gli affari, il vizio, il gioco d’azzardo e soprattutto la religione o, meglio, il carattere di chi appartiene a quella religione, l’ebraica; la materna riguarda invece il desiderio, la passione, l’infanzia, con i suoi correlati di odio, egoismo, disprezzo, rancore, dolore, infelicità, vendetta e che possiamo veder messi in scena in romanzi come La nemica, Il ballo, Il vino della solitudine, Jézabel. Una distinzione forse un po’ schematica perché nei singoli libri non è mai netta anzi, le due linee tematiche si mescolano e contaminano vicendevolmente, l’una non può proprio esistere senza l’altra: il mondo degli affari è impensabile senza un contesto famigliare che da quegli affari ricava benefici, ma che sono al contempo causa di infelicità; così come la psicologia materna – nello specifico il rapporto madre-crudele/figlia succube e poi vendicativa – trae forza dalla debolezza della figura paterna, incapace di vedere (o scegliendo di non vedere) le trame della moglie anaffettiva.

Il contenuto della gran parte dei romanzi della Némirovsky appartiene a un mondo infantile e adolescenziale, cioè famigliare. La famiglia è il teatro in cui emerge ogni sentimento umano, il microcosmo di tutto il male e di tutto il bene del mondo. È come se la scrittrice avesse raccolto dall’infanzia all’adolescenza l’immaginario che utilizzerà per tutti i suoi libri, e la conseguenza è una sorta di infantilismo anche dal punto di vista percettivo di cui lei stessa è cosciente, tanto da scrivere ne Il vino della solitudine “non essere stata bambina quando era il momento di esserlo forse fa sì che non si possa mai maturare come gli altri; si è appassiti da un lato e ancora acerbi dall’altro, come un frutto troppo presto esposto al freddo e al vento…”. La Némirovsky non riuscirà mai a liberarsi di quella ferita, il dolore e il trauma rimarranno per tutta la vita mantenendo costante uno stato emotivo pervaso di rabbia, rancore, desiderio di vendetta. Un’emotività che, anche stilisticamente, se aiuta la scrittrice a trovare a suo modo una elaborazione del lutto, una specie di terapia, non le permette di uscire da quel confine che diventa un limite.

È anche vero che nello stesso ventennio (tra l’inizio degli anni Venti e la fine degli anni Trenta) vengono pubblicati Alla ricerca del tempo perduto di Proust, l’Ulisse di Joyce e La montagna incantata di Thomas Mann, cominciano a comparire postumi i romanzi di Kafka e viene stampato Viaggio al termine della notte di Céline, e la Némirovsky non arriva certamente a quelle altezze. Tuttavia possiamo chiederci: prima o poi ci sarebbe riuscita? Avrebbe scritto altre opere ancora più straordinarie? Avrebbe superato il confine del dolore? Oppure, semplicemente: si può guarire dalla mancanza d’amore?

Agatha Christie: libertà e anticonformismo

Posted on 3 Maggio 20243 Maggio 2024 by Roberta Di Pascasio

Agatha Christie vanta molti primati: regina del romanzo poliziesco britannico, che riesce a innovare attraverso trame inconsuete ricche di colpi di scena, tanto che diventa difficile per il lettore comprendere in anticipo la soluzione dell’enigma; creatrice di storie e di investigatori – Hercule Poirot e Miss Marple – di appeal internazionale ma al tempo stesso molto britannici; scrittrice più tradotta di tutti i tempi, in decine di lingue, e una delle più vendute in assoluto; unica autrice di gialli ad aver ricevuto nel 1971 il titolo nobiliare di dama dell’impero britannico, al tempo la massima onorificenza per una donna. Record dovuti al suo talento fatto di arguzia e intelligenza, al suo spirito di osservazione, al suo interesse verso le persone e alla sua immensa produzione letteraria che comprende sessantasei romanzi – escludendo i primi, scritti sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott –, moltissime novelle e più di trenta opere teatrali, nonostante avesse sempre detto di scrivere per mero passatempo “se dovessi dire la verità, non mi sono mai considerata una vera scrittrice”. Nelle sue storie ha raccontato la morte, il delitto, l’inganno, di contro era una donna piena di vita, avventurosa, gentile, timida, appassionata del genere poliziesco come fosse un esercizio, una sfida per la letteratura: infatti fu sempre capace di tenere ben separate le sue attività: di scrittrice da un lato e di donna, moglie, madre e viaggiatrice dall’altro.

Nasce nel 1890 a Torquay, nel Devonshire, da una famiglia della ricca borghesia e qui trascorre un’infanzia serena, come ha scritto lei stessa nella sua autobiografia, con due genitori amorevoli e una madre che, nello spazioso giardino della villa, le leggeva romanzi polizieschi e gotici; la morte del padre, quando Agatha ha soltanto undici anni, svela alla famiglia difficoltà economiche insospettate e questo spingerà la madre, dopo averle fatto studiare canto e portamento a Parigi, a organizzarle il debutto in società in Egitto, un paese certamente più economico dell’Inghilterra.

Quando torna a Torquay, Agatha conosce Archie Christie, un pilota dei Royal Flying corps; si sposano nel 1914 ma, allo scoppio del conflitto mondiale, lui viene mandato in guerra e lei, dopo aver fatto volontariato alla Croce Rossa, entra a far parte dell’organico della farmacia dell’ospedale, dove riceve una formazione come farmacista: sarà un’esperienza fondamentale perché imparerà tutto sui veleni che ritroveremo al centro di molte sue storie, a cominciare dalla stricnina del primo romanzo “Poirot a Styles Court”. Finita la guerra, Archie viene incaricato di fare il giro delle colonie inglesi per promuovere un’esposizione commerciale e convincere commercianti, agricoltori e mercanti a visitare Londra, dove sarà allestita nel 1924. Il viaggio durerà un anno intero, un’esperienza importante e preziosa, fonte di ispirazione per tutta la vita della scrittrice, che lo vive con curiosità e spirito di avventura: alcune foto la immortalano fiera mentre fa surf a Honolulu. Al ritorno a casa, la sua carriera inizia a decollare e con i primi guadagni realizza un grande desiderio: acquistare un’auto tutta sua con cui poter essere indipendente, un atto di libertà totale, emblema di una donna moderna, coraggiosa e anticonformista. Ma di lì a breve dovrà affrontare il periodo più buio della sua vita: nel 1926 la madre muore e poco dopo il marito la lascia per un’altra donna; a questo periodo si fa risalire l’episodio famoso della sua presunta scomparsa, un fatto di cui non parla neanche nella sua autobiografia perché ha sempre detto di voler dimenticare i fatti più traumatici. Possiamo pensare che si sia voluta vendicare del marito mettendo in scena la storia più bella di tutte, molto vittoriana, di una donna tradita che ha un esaurimento nervoso, fa un incidente con l’auto, perde la memoria e poi viene ritrovata dopo quasi due settimane in un albergo di periferia. Una magnifica trovata narrativa? Chissà.

Gli anni ‘30 segnano il culmine della sua carriera di scrittrice: con una regolarità e una lena narrativa incredibili, scrive e pubblica uno o due libri l’anno, a volte persino tre. Con il successo dei suoi romanzi e l’indipendenza economica, decide di partire per un’altra avventura alla scoperta di luoghi sconosciuti e in fondo anche di se stessa, e a quei tempi una donna divorziata che parte da sola era un evento eccezionale, significava rompere tutte le convenzioni. Sale sull’Orient Express e va verso oriente, arriva a Istanbul, poi a Bagdad che al tempo era una colonia inglese, visita la Siria, esperienze che saranno di ispirazione per molti suoi libri, a cominciare dal più celebre “Assassinio sull’Orient Express”, tradotto in 40 lingue e con al centro le indagini del detective Poirot.

In Iraq conosce il professore archeologo Max Mallowan che guida la campagna di scavi: rimane affascinata dal suo lavoro e dalla magia del passato che riaffiora in superficie, lui è attratto dalla singolarità di questa donna indipendente, sagace, curiosa; si sposano nel 1930, anche se lui ha solo 26 anni e lei già 40, ma tra loro c’è una grande sintonia, lei sostiene economicamente la campagna di scavi, diventa presto un membro della squadra del marito, lavora, fa fotografie, documenta tutto con passione e rappresenta un prezioso elemento di integrazione con la gente del posto verso cui è gentile, accogliente.

Al centro delle sue storie gialle, c’è il celebre e geniale detective Hercule Poirot, ex funzionario belga che si è rifugiato a Londra dopo la guerra, con i suoi baffetti impomatati, i modi eleganti, lo spirito di osservazione, le sue manie. E c’è l’anziana e pacata Miss Marple, che oltre ad avere uno spiccato senso dell’umorismo e una grande passione per il giardinaggio, è capace di risolvere i casi più insoliti in cui si imbatte. La Christie ama il personaggio di Miss Marple, attraverso di lei rivendica il ruolo e il valore delle donne di una certa età, libere e indipendenti come lei, scevre dai lacci delle convenzioni.

Continua a viaggiare ma ritorna sempre nel suo Devonshire ed è qui che insieme al marito, docente a Oxford, compra una casa per le vacanze estive, una villa di fine 700 circondata da un ampio giardino che degrada verso il fiume; una casa specchio delle loro passioni, piena di oggetti e quadri presi durante i viaggi, colma di ricordi, un mondo intero in miniatura. Mi ritrovo in questo amore per i viaggi e al tempo stesso per la propria casa, in questa curiosità per gli altri popoli e nel piacere di passare le giornate in famiglia, partire e ritornare, lasciare e ritrovare, in una combinazione armoniosa tra gusto dell’avventura e il piacere semplice della quotidianità nel luogo in cui è nata e cresciuta.

Scrive molto anche per il teatro e con la sua consueta passione va alle prove e partecipa ai casting; “Trappola per topi” è la sua opera più importante andata in scena per la prima volta nel 1952 all’Ambassadors Theatre di Londra e da allora, per 70 anni ininterrottamente, il sipario si è alzato su questa commedia gialla senza tempo e di straordinaria efficacia scenica, impregnata di suspense e ironia, e abitata da personaggi bizzarri e ambigui, vivi ieri come oggi perché i conflitti, le ferite, i segreti che ognuno di loro svela o nasconde riguardano l’uomo di ogni tempo.

Talento, acume, originalità, contemporaneità: sono questi gli ingredienti che fanno di Agatha Christie, ancora oggi a distanza di più di 100 anni, una scrittrice moderna e straordinaria, universale e immortale.

Il superuomo secondo Dumas

Posted on 16 Febbraio 2024 by Roberta Di Pascasio

Le grandi storie della letteratura hanno il potere di immergere i lettori in mondi di fantasia che diventano veri e credibili. Persino istruttivi. Perché i libri, oltre a favorire l’immaginazione e migliorare la consapevolezza di sé e il linguaggio, sono maestri di vita, insegnano a vivere. La psicologa e romanziera Keith Oatley paragona le storie ai simulatori di volo: consentono ai piloti di addestrarsi in sicurezza, così le storie ci preparano alle sfide del mondo reale, la finzione narrativa racconta problemi simili ai nostri così da darci l’opportunità di vivere esperienze e problematiche di ogni tipo rimanendo illesi. Facciamo pratica insomma, ci esercitiamo come se fosse una palestra, leggendo ci domandiamo “cosa avrei fatto io?”. Le domande sono un modo per imparare a vivere. La letteratura informa, insegna, addestra.

“Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas è uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti ed emblematico dal punto di vista dell’allenamento e della sperimentazione per il lettore, che riesce a testare ogni situazione, emozione o avventura come se fosse proprio lì, tra le pagine insieme ai personaggi. E c’è davvero tutto in questa storia: l’innocenza tradita, la condanna ingiusta, il tradimento, la fuga, l’ottenimento di una grande fortuna da parte della vittima perseguitata, la libertà sofferta, la strategia di una vendetta contro personaggi che durante il romanzo sono stati resi così detestabili che è impossibile non esultare di fronte alla loro sconfitta, la voglia di resistere. Su tutto questo svetta il tema ricorrente del feuilleton: il superuomo. Ma a differenza di tanti altri romanzi popolari che si fondavano su questa figura, Dumas ce lo rappresenta tormentato, diviso tra l’onnipotenza e la paura, tra i dubbi e la consapevolezza che in fondo quel potere nasce dalla sofferenza, ne è in qualche modo giustificato. Dantès è un eroe senza tempo, umano e al contempo invincibile, la sua vendetta spinta fino alle estreme conseguenze racchiude il bene e il male, la giustizia e l’arbitrio. In fondo il conte è come un Cristo, dice Umberto Eco, vittima sacrificale della malvagità umana, buttato nella tomba del terribile carcere d’If da cui riemerge per giudicare gli uomini, senza mai dimenticare il suo dolore e la difettosità della natura umana.

E poco importa se è forse uno dei romanzi peggiori dal punto di vista della scrittura, così zeppo di ridondanze, di ripetizioni, di divagazioni che non trovano una fine e si ingarbugliano su se stesse, di sentimenti goffi e di descrizioni meccaniche, di personaggi tratteggiati con caratteristiche e reazioni simili per pagine e pagine; e questo ovviamente non perché Dumas non sapesse scrivere ma al tempo si veniva pagati a riga: è comprensibile che lo scrittore accogliesse anche il superfluo pur di racimolare qualche soldo in più. Inoltre si deve tener conto dell’esigenza, comune a tutto il romanzo d’appendice, di dover ripetere anche fatti già raccontati per non far dimenticare ai lettori distratti quanto successo di puntata in puntata, per mantenere intatto il filo della trama.

Eppure a distanza di più di 150 anni, nonostante le tante imperfezioni, “Il conte di Montecristo” continua a conquistare e ad appassionare lettori di tutte le età e rimane ad oggi una delle opere più lette e fortunate della letteratura, una storia con una carica emotiva così forte da avvincere il lettore dalla prima all’ultima delle centinaia di pagine di cui è composto. Perché a volte nella letteratura ciò che conta non sono le mancanze, le ridondanze, le ripetizioni, ma la capacità di coinvolgere e appassionare; anzi, potremmo chiederci: se la storia di Dantès non avesse avuto mille pagine ma soltanto un terzo, sarebbe stata ugualmente straordinaria e ammaliante? Probabilmente no poiché qui parliamo di stile, e se alcune opere, dal punto di vista ‘estetico’, non soddisfano tutti i requisiti di un’opera d’arte non vuol dire che non siano arte, vuol dire invece che la parte fondamentale è proprio la loro funzione fabulatrice, hanno una loro verità viscerale, una fascinazione indiscussa. Come diceva il pittore Gauguin, nell’arte viene prima l’emozione e soltanto dopo la comprensione. E l’emozione e il coinvolgimento di chi legge prescindono dalle regole, dalla perfezione, dai lacci della logica.

H. C. Andersen: lo spirito immaginifico di un brutto anatroccolo

Posted on 7 Febbraio 20247 Febbraio 2024 by Roberta Di Pascasio

Entusiasmo e malinconia, coraggio e paura, creatività e solitudine: sono tante le sfumature anche discordanti di un personaggio dall’aspetto sgraziato ma dalla fantasia inesauribile: Hans Christian Andersen ha scritto racconti, poesie, romanzi, resoconti di viaggi e soprattutto fiabe, tra le più lette e tradotte nel mondo, con diversi adattamenti per il cinema e il teatro. Ma la sua vita non è stata altrettanto avvincente. Le difficoltà e la precarietà con cui è cresciuto, la solitudine che lo ha sempre accompagnato – nonostante le molte amicizie prestigiose – e il suo carattere eccentrico e anticonformista lo hanno fatto sentire spesso emarginato, un diverso, in amore tenuto a distanza o umiliato. William Bloch, autore e regista teatrale danese, lo descrive come un personaggio strano e bizzarro, con gambe e braccia lunghe e magre e un naso enorme a dominare il volto.

Nella zona popolare della cittadina di Odense in cui Andersen nasce nel 1805, nell’isola danese di Fyn, le abitazioni non hanno acqua né riscaldamento e nella stessa casa angusta e fredda vivono ben cinque famiglie. Il padre cerca di mantenere la famiglia lavorando come calzolaio, ma guadagna poco e soffre di depressione, mentre la religiosità della madre, più grande del marito di una decina di anni, sfocia spesso nella superstizione; la gente li considera eccentrici e stravaganti, e anche il figlio subirà lo stesso destino. Il piccolo Hans cresce tra povertà e privazioni, eppure i genitori sono amorevoli con lui: il padre è istruito e appassionato di teatro, letteratura, politica, a casa gli costruisce un teatrino e passa le serate a raccontargli storie, la madre lo incentiva a studiare, a usare l’immaginazione; nonostante le ristrettezze e la fatica di sopravvivere, una volta l’anno i genitori lo portano a teatro ed è qui che Hans scopre un mondo di fantasia che lo affascina e cattura. Inizia a scrivere storie che se da un lato prendono spunto dai racconti popolari, dall’altro appaiono subito originali e insolite, un materiale fiabesco atipico perché non racconta di re e principesse ma al centro ha piccole cose della vita quotidiana della sua infanzia, persone comuni e animali, il tutto raccontato con un linguaggio semplice e un certo ottimismo di fondo, sebbene affronti anche temi come la morte, il dolore, la sconfitta. Questo piccolo idillio familiare protetto dalla dura realtà quotidiana non durerà molto: il padre è costretto a partire per la guerra perché al tempo la Danimarca è alleata della Francia nelle guerre napoleoniche e quando Napoleone perde, trascina con sé la Danimarca che deve rinunciare al controllo della Norvegia e della sua intera flotta, diventando in pratica un piccolo stato ininfluente. Al ritorno dalla guerra, il padre è distrutto e morirà a poco più di trent’anni; il piccolo Hans ne ha soltanto undici e il dolore e il vuoto per la perdita del padre lo spingeranno a scrivere una fiaba triste su un soldatino di stagno rimasto con una gamba sola, una delle tante fiabe che traggono ispirazione dalla sua vita, storie senza un lieto fine a conferma di quella visione malinconica dell’esistenza che lo accompagnerà sempre. Per mantenere la famiglia, la madre accetta di lavorare come lavandaia ma, rimanendo ogni giorno all’aperto con le mani immerse nel gelo delle acque del nord, per sopportare il freddo inizia a bere. Questa è la faticosa situazione in cui Andersen matura l’idea di voler andare via e di costruirsi un futuro diverso, lasciandosi alle spalle il passato. A soli quattordici anni utilizza tutti i suoi risparmi e parte alla volta di Copenaghen senza mai voltarsi indietro. Gli inizi nella grande città sono molto difficili, chiede l’elemosina per sopravvivere e prende in affitto una stanzetta in una zona dove vivono pescatori e prostitute. Per diventare famoso, che è e rimarrà il suo più grande desiderio, la spinta vitale che lo sprona a resistere e ad andare avanti, canta e balla in eleganti salotti della città: sono performance strane, spesso persino imbarazzanti per chi le guarda, ma ai più rimane simpatico e inizia a trovare mecenati e ricche famiglie disposti a sostenerlo, come il direttore del prestigioso teatro di Copenaghen che lo prende sotto la sua ala protettrice e ne incoraggia il talento creativo. È in questo periodo che scrive la principessa sul pisello, che ha al centro l’amore tra due ragazzi. Andersen lotterà con l’amore per tutta la vita, resterà celibe e le sue infatuazioni non verranno mai ricambiate: questo rimane un tratto particolare e molto discusso della sua vita, perché se è vero che pubblicamente corteggia le donne – sempre quelle di fatto irraggiungibili – è anche vero che sembra non fare mai sul serio, tanto che nelle lettere private rivela invece il suo amore per gli uomini; forse il suo grande amore fu il figlio del suo mecenate più importante che però, come tutti gli altri, lo tiene a distanza, lo rifiuta, lo umilia. La solitudine amorosa e le esperienze fallimentari lo traumatizzano, e si fa strada la consapevolezza sempre più amara di essere in fondo un diverso, un emarginato: la fiaba sul brutto anatroccolo è incentrata proprio sul tema della diversità, dell’accettazione, della fiducia in sé, ma se nella storia che racconta la diversità dell’anatroccolo diventa un punto di forza, nella realtà Andersen soffre per questa emarginazione, per l’impossibilità di vivere appieno l’amore, per la sensazione costante di non essere mai totalmente accettato.

Negli anni ‘30 dell’800, sebbene la Danimarca sia ormai piccola e isolata sul piano politico ed economico, si assiste a una fase d’oro per le arti e le scienze, le famiglie ricche promuovono e sostengono questo fiorire di creatività a cui partecipa lo stesso Andersen insieme ai tanti autori, filosofi e pittori che hanno dato lustro alla Danimarca, come il filosofo Kierkegaard e i musicisti Franz Liszt e Robert Schumann, che Andersen conosce e frequenta. A questa età dell’oro sul piano culturale non corrisponde tuttavia una grande libertà di idee e comportamenti, anzi è un’era molto puritana, pervasa di una rigida moralità, su cui la chiesa vigila e imprime il suo marchio basato sulla tradizione, le regole e il rifiuto di qualsiasi deviazione dalla norma. Forse questo è uno degli stimoli che spinge Andersen a partire e poi a pubblicare straordinari resoconti di viaggi: il suo spirito curioso e inquieto lo porta a visitare luoghi dove in pochi erano stati, la Turchia ad esempio o il nord dell’Africa; esplorare altri mondi rappresenta per lui una sorta di fuga dalla ristrettezza puritana della sua vita in Danimarca, rafforza la fiducia in se stesso, la voglia di scoprire e sperimentare, grazie al viaggio la sua diversità diventa forza creatrice, il coraggio si rafforza e tiene a bada la paura, la fantasia si allena, le idee dispiegano le ali come l’anatroccolo alla fine della fiaba quando si unisce ai cigni, frulla le piume e rialza il collo slanciato. Nel frattempo la sua popolarità cresce e supera i confini del suo paese, si diffonde in Europa e in America, innumerevoli le traduzioni delle sue opere. A Parigi conosce Honoré de Balzac e Victor Hugo, a Londra Charles Dickens che però si lamenterà del suo carattere eccentrico e lamentoso e non risponderà più alle sue lettere. Andersen ama soprattutto l’Italia, il sud in particolar modo e una delle sue fiabe più celebri, la sirenetta, è ispirata al paesaggio mediterraneo di questa parte del nostro paese. Tratta il tema dell’amore, della perdita, del dolore, del vivere in un corpo sbagliato: si assomigliano molto lui e la sirenetta, così come tanti personaggi femminili delle sue storie ricordano il loro autore. Fiabe che si diffondono in tutto il mondo, lette dai bambini che ne apprezzano le storie narrate con un tono leggero e colloquiale, e dagli adulti che comprendono fino in fondo il vero significato di quei racconti spesso tristi e senza un lieto fine.

Andersen è un artista creativo a tutto tondo, un artista visivo, bravo come collagista, appassionato di découpage che realizza e poi regala alle famiglie amiche che lo ospitano in ville e castelli; gira sempre con un paio di forbici nella tasca, pronto a creare e a stupire gli ospiti.

Verso la fine della sua vita la depressione contro cui non aveva mai smesso di lottare, come suo padre, prende il sopravvento, è stanco, le forze lo abbandonano, si ammala e non può più viaggiare. Morirà a 70 anni nel 1875 nella tenuta di amici e il funerale sarà così pieno di persone, anche importanti e famose, che la chiesa non riuscirà a contenerle tutte. Il suo lavoro influenzerà scrittori di tutto il mondo e darà lustro e gloria alla piccola Danimarca che continua a proteggere e mantenere viva la sua preziosa eredità culturale. Ancora oggi tutti i bambini danesi crescono leggendo le sue fiabe, il regalo tradizionale per ogni battesimo.

Alla scoperta di memorabili luoghi letterari

Posted on 29 Ottobre 202329 Ottobre 2023 by Roberta Di Pascasio

Nel corso dei secoli, la grande Letteratura ci ha regalato luoghi letterari rimasti poi indelebili nel cuore dei lettori, spazi immaginari o realtà concrete e dettagliate in cui è ambientata una storia, tutti strettamente legati alle suggestioni del racconto e alle vicende dei protagonisti. Non semplici sfondi da cartolina o scenari casuali dunque, ma ambienti che diventano parte integrante dell’opera, necessari, vitali, seducenti, in alcuni casi veri e propri personaggi al pari degli altri in carne e ossa.

“L’ambientazione di una storia è ciò che ci fa ritrovare in un luogo preciso. Dà a noi lettori la sensazione di vivere insieme ai personaggi. Se una storia è ambientata in Honduras, dovremmo sentirci accaldati, sudati e assetati. Dovremmo vedere il sole cuocere la piazza della città e il vapore alzarsi dalla schiena del piccolo asinello legato a fianco della chiesa. Dovremmo sentire l’odore dello zozo, la ghiottoneria locale a base di testa di pesce e bucce di banana, che sfrigola sui carboni accesi. Un ambiente descritto con bravura, non solo ci dice dove ci troviamo, ma dona alla storia un senso di verità, quella credibilità che noi chiamiamo verosimiglianza” spiegava John Leggett.

Gli scrittori costruiscono i luoghi, mondi di carta che il lettore vede, respira, sente, e in cui si immerge, cammina, tocca.

Georges Simenon scrisse decine e decine di romanzi con diverse ambientazioni eppure, nonostante gli intrecci possano svolgersi in posti diversi, il suo paesaggio tipo resta la città di provincia, il porto, i canali, la strada con i suoi caffè e i suoi alberghetti. Il passaggio di un treno, la nebbiolina che sale, il passo di un viandante. Il paesaggio descritto da Simenon crea un’atmosfera con pochi elementi e contribuisce in modo determinante alla storia; a volte completa persino i personaggi che nei suoi romanzi sono piuttosto scarni, lo stile dello scrittore belga è asciutto e neutrale e così l’ambiente perfeziona la storia, permette al lettore di riempire i vuoti con il suo immaginario.

In molti casi i luoghi diventano veri e propri protagonisti, condizionano la trama, l’azione, le emozioni e il finale. La stessa storia spostata in un altro ambiente perderebbe senso, forza e significato.

A metà dell’800, quando Victor Hugo lavorava alla stesura de “I miserabili”, Parigi era fatta di ampi viali, di tavolini davanti ai caffè, di alberi ben curati e illuminati dai numerosi lampioni, una città sicura, viva, frequentata. Ma solo qualche decennio prima, nel periodo in cui è ambientato il romanzo, era un luogo molto più buio, povero, in cui regnavano disuguaglianza e disperazione, una vecchia Parigi costruita su un labirinto di stradine, cortili e angoli dove i personaggi scivolavano nell’oscurità. Per Hugo la città aveva sotto di sé un’altra Parigi, una copia sporca e dall’odore nauseabondo, e “chi guarda nelle sue profondità ha le vertigini”.

La brughiera dello Yorkshire in cui è ambientato “Cime tempestose” di Emily Brontë è un luogo naturale battuto dal vento, uggioso, dal cielo plumbeo, ci sono paludi, fossi, radici esposte, è spesso ricoperto di nebbia, un paesaggio indomabile, volubile e meditabondo. Non potremmo immaginare lo stesso romanzo impetuoso e appassionato adattato in un’altra parte del mondo, perché la brughiera è un luogo vivo e tormentato che riflette lo stato d’animo dei personaggi, è parte integrante della loro storia.

La Manhattan di fine anni ’40 che fa da sfondo al vagabondare del giovane Holden cacciato da scuola è insieme grande, inebriante, tetra, attraente, infaticabile, fatta di hotel e strade affollate ma anche della grandezza di Central Park e dei numerosi grattacieli; è una città in divenire, alla ricerca della propria identità dopo l’orrore e il buio della Seconda guerra mondiale e rispecchia così l’adolescente protagonista di Salinger dallo sguardo anticonvenzionale, disilluso e ribelle in cerca del suo posto nel mondo.

Pensiamo alla periferia dell’America puritana e bigotta degli anni ‘70 così come viene descritta da Jeffrey Eugenides nel magnifico “Le vergini suicide”, un ambiente puritano che fa da sfondo perfetto alla tragedia delle cinque sorelle Lisbon, oppure all’altopiano spagnolo selvaggio e fertile de La Mancia, una terra rossa illuminata dal sole e dal cielo blu e coperta di grano, prati, olivi, filari di vigne, con i bianchi mulini a vento che sembrano in lontananza giganti intenti a muovere le loro lunghe braccia. Una regione attraversata da Don Chisciotte con la sua immaginazione, la sua armatura e il fidato scudiero Sancho Panza, in viaggio per riparare le ingiustizie e resuscitare la cavalleria. O ricordiamo la San Pietroburgo che vediamo attraverso gli occhi e i passi del povero studente Raskol’nikov: non la città magnifica fatta di palazzi e cupole ma quella sovraffollata e afflitta da criminalità, malattie e miseria; la sua parabola di delitto e redenzione si immerge nelle strade accaldate e sporche, passa attraverso retrobottega luridi, bordelli e locande anguste, ci mostra una città caotica e degradata.

In realtà questa sorta di mappa letteraria potrebbe ampliarsi all’infinito. Attraverso lo scorrere delle pagine – che raccontino di grandi città trafficate o di foreste buie, di montagne innevate o di quartieri poveri, di templi o di pianure assolate, di pub fumosi o di campagne deserte, di luoghi di polvere e sporcizia o di luce e speranza, di mondi inventati dei fantasy e delle storie di fantascienza o di semplici atmosfere inquietanti e sinistre tipiche dei noir – il lettore può perdersi fantasticando, può conoscere, scoprire, immergersi, capire; può calarsi come un palombaro in un altro mondo e conoscerlo e abitarlo come fosse il suo. Un modo per viaggiare e immaginare unico e potente, che solo la Letteratura può regalarci.

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